SOGNI IN PERMUTA

discoL’appuntamento era per le cinque, davanti alla discoteca. Era toccato a me quella sera accompagnarci mia figlia Alice insieme ad un paio di amiche, adolescenti come lei conosciute in vacanza. Ci eravamo allontanati dal centro abitato percorrendo una strada che ad un certo punto si inerpicava su una collina. Il locale sorgeva giusto in cima e quando vi giungemmo l’ampio parcheggio sterrato era quasi pieno.
– Mi raccomando. Alle cinque – mi ero affrettato a ripetere a mia figlia, ma lei e le sue amiche erano già scese dalla macchina.
– Sta’ tranquillo, pa’ – mi aveva detto in uno sbuffo, piegandosi dallo sportello aperto.
Avevo provato a sorriderle e ad essere disinvolto, ma quasi non riconoscevo quella piccola donna che andava a divertirsi. S’era allontanata e presto era scomparsa nella folla in attesa di fare il biglietto davanti all’ingresso. Rimasto solo nella mia station wagon in moto, mi allargai il collo della camicia che indossavo. L’aria afosa d’agosto mi infastidiva, nonostante i finestrini chiusi ed il climatizzatore acceso. Intorno a me il parcheggio brulicava di ragazzi in tiro alle prese con la liturgia pagana del divertimento estivo. Li osservavo e pensavo a quando anch’io ero come loro, ovvero agli antipodi dell’uomo che ero poi diventato. Nello specchietto retrovisore vidi riflesso il volto di un cinquantenne che aveva sempre la barba fatta ed i capelli in ordine. Davvero uno che nemmeno lì in vacanza riusciva ad abbandonare l’immagine inappuntabile del manager d’azienda qual era. Intanto non mi decidevo a ripartire, eppure a casa c’era mia moglie che mi aspettava per fare una passeggiata sul lungomare e prendere un gelato. Se dovevo trovare un motivo per giustificare un eventuale ritardo, dovevo farlo subito. Sennò un’esitazione di troppo sarebbe bastata a farmi scuotere deciso la testa e a ritornare dritto da lei. Poiché mi consideravo un padre premuroso, mi dissi che era meglio fare prima un giro per capire l’ambiente che c’era. “Certo!” pensai. Spensi il motore, tirai via le chiavi dal quadro e scesi dalla macchina.
Potenti altoparlanti diffondevano fin nello spiazzo i ritmi martellanti della musica techno mescolati a melodie di canzoni anni 70 ed 80; quest’ultime le ricordavo benissimo: erano le stesse che una volta avevo ballato e cantato a perdifiato. Chiusi le portiere col telecomando che stringevo in una mano ed il click che ascoltai mi fece sentire leggero. Cominciai ad aggirarmi in quel posto in cima alla collina. Da lassù c’era una vista mozzafiato. Le luci della città sottostante brillavano come stelle lontane e lasciavano intravedere il profilo di un’ampia insenatura. Non distante da me notai un vecchio prefabbricato adattato a bar e poggiato su una piattaforma di cemento. Andai a prendere una birra e mi sedetti sullo scalino della piattaforma, restando con le gambe divaricate e le braccia appoggiate sulle ginocchia. Con un piede scandivo il ritmo di vecchie canzoni ed assumevo gli stessi atteggiamenti di quando ero ragazzo, mentre sintonizzavo percezioni ed aspettative sulle frequenze di quel periodo. Tenevo la bottiglia per il collo e di tanto in tanto la portavo alla bocca per dissetarmi. Adesso non avevo fretta: prendevo tempo, ma in realtà ne ero già ostaggio. Mi ero ripromesso di studiare la situazione dall’esterno, ma in realtà chiedevo in quel modo di farne parte. La voglia di ballare mi assalì prepotente, accompagnata da una moltitudine di emozioni che negli anni avevo dimenticato, o forse solo voluto mettere da parte per programmare al meglio il futuro, barattando col destino ciò che sognavo con ciò che ero diventato. Mi alzai, andai a fare il biglietto ed entrai.
Il locale si sviluppava all’aperto ed intorno ad un antico casale ristrutturato, in un punto dove il pendio degradava più dolcemente verso la costa. Su lati opposti e distanti c’erano due piste da ballo: una per i più giovani, l’altra per quelli che lo erano un po’ meno. Presi un cuba libre e mi insinuai tra la gente che affollava gli spazi. Camminavo in percorsi definiti da file parallele di muretti a secco; salivo o scendevo piccole scalinate; attraversavo terrazze pensili con tavolini e divanetti; indugiavo nella semioscurità di angoli adibiti a prive. Mi muovevo con la sensazione di passare nelle stanze di un appartamento dove ero ritornato e nel quale avevo vissuto in passato, location di una stagione formidabile. Al termine mi ritrovai di fronte a tanti miei coetanei che ballavano. Mi ricordai che c’era un rituale da rispettare in quei frangenti: per prima cosa si faceva un giro di ricognizione attraversando la pista per intero, e dopo lungo il suo perimetro. Lo stesso feci anche quella notte. Sorridevo a volti sorridenti; ero sfiorato da corpi femminili piuttosto appesantiti dall’età ma che negli abiti attillati avevano conservato intatte eleganza e sensualità. E non mi sarei meravigliato se avessi incontrato i vecchi amici con i quali avevo condiviso speranze, avventure, delusioni. Non mi sarei nemmeno stupito se le mie storie di allora fossero ricominciate laddove le avevo interrotte. Sapevo bene che quel momento sarebbe in breve caduto in mezzo a tanti bei ricordi adolescenziali, rotolando a ritroso lungo il piano inclinato del tempo. Per questo ero deciso a viverlo tutto e fino in fondo. Iniziai a ballare anch’io. Presto gli abiti mi si attaccarono addosso per il sudore, e se avessi potuto me ne sarei sbarazzato indossando jeans scoloriti e t-shirt. Le canzoni mixate con sapienza dal deejay si susseguivano una più bella dell’altra, scarica di pura adrenalina senza soluzione di continuità. Rispolverai i vecchi codici d’approccio con le donne che mi stavano vicino: restituivo sguardi, mi passavo e ripassavo una mano tra i capelli, con alcune scambiavo battute avvicinando la mia bocca alle loro orecchie. Non andavo oltre, ma chi se ne importava.
Fu un caso che uscii dalla discoteca verso le cinque. Trovai mia figlia e le sue amiche che aspettavano nel parcheggio.
– Papà… – disse Alice, scrutandomi e rallentando la sua esclamazione in attesa di capire cosa mi fosse successo.
Provai a ricompormi, a ristabilire i contatti con la realtà. Stentavo a trovare una scusa decente; avrei dovuto sentirmi in imbarazzo, ed invece ero tranquillo.
– Tutto bene – le dissi. – È stata una bella serata. Però ora è finita, torniamo a casa. Okay? –
Salimmo in macchina; misi in moto e ripartii, diretto verso l’alba e le mie solide certezze.

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